Lucrezio: scienza e poesia

LUCREZIO: SCIENZA E POESIA

Nella introduzione che Lucrezio fa della sua opera, colpisce in particolare  la lucida consapevolezza della duplice difficoltà, linguistica e concettuale, che dovrà superare, da un lato per esprimere le novità scientifiche elaborate dai greci, dall’altro per tradurle in una lingua più povera come il latino.

So bene quanto sarà difficile illustrare nella nostra lingua le oscure scoperte dei Greci. So bene che per molte cose dovrò coniare espressioni nuove, a causa della povertà del vocabolario e della ricchezza della materia. Ma lo farò volentieri per te, o lettore. Per te sopporterò fatiche pesanti e veglierò nelle notti serene. Per te cercherò le parole e il ritmo giusto, per poter illuminare con chiarezza la tua mente e permetterti di scrutare nell’oscurità delle cose occulte. (P. Odifreddi,Come stanno le cose,  Rizzoli, 2013, p.35)

Anche noi siamo destinati ad imbatterci in queste difficoltà, ogni volta che la nostra lingua naturale comincerà a balbettare e a non trovare più le parole adatte per esprimere la “ricchezza della materia” e scrutare nella “oscurità delle cose occulte”. Dovremo affrontare  la dura fatica del passaggio dalla lingua quotidiana al linguaggio scientifico.

LA PEDAGOGIA DI LUCREZIO

C’è, inoltre, nelle parole di Lucrezio, un aspetto pedagogico di grande valore. Nel momento stesso in cui avverte il lettore (l’allievo, nel nostro caso) delle difficoltà che lo attendono, lo rassicura dicendogli che gli starà accanto e che si inventerà persino parole nuove e nuovi metodi (il giusto ritmo) per aiutarlo. E’ forse quello che i nostri allievi vorrebbero sentirsi dire al loro primo approccio con la matematica, la fisica e le altre scienze. La lingua e la letteratura possono svolgere in tal senso un ruolo fondamentale.

D’altronde anche i medici, quando prescrivono l’amaro assenzio ai bambini, toccano col dolce miele l’orlo della tazza, per approfittarsi a fin di bene della loro ingenuità, e far trangugiare la sgradevole medicina che li curerà. Io faccio lo stesso con te, perché certi argomenti sembrano amari a chi è intellettualmente infantile ed ingenuo, e vanno addolciti col miele della letteratura. ( P. Odifreddi,  Come stanno le cose, Rizzoli, 2013, p.59)

SCIENZA “AMARA” E “DOLCE” LETTERATURA:  STEREOTIPI DA SUPERARE

Occorre evitare che queste parole si prestino a rafforzare ulteriormente lo stereotipo di una scienza fredda e “difficile” (amaro assenzio) contrapposta ad  una letteratura più  “facile” e piacevole (dolce miele). Chi può ignorare, infatti, a quali fatiche e sofferenze debbano sottoporsi poeti e letterati per giungere alla versione definitiva delle loro opere? Basterebbe ripensare alla  fatica titanica con cui  Dante ha costruito la lingua italiana, o a quella del Manzoni, che per la  stesura finale in lingua italiana de I promessi sposi  , va a “sciacquare i panni in Arno”.

Alcuni versi di Leopardi esprimono, con la sintesi e la forza di cui solo la poesia è capace, questo legame inestricabile che esiste tra il piacere della creazione artistica e il “sudore” necessario per raggiungerlo.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.

( G. Leopardi, A Silvia, 15-22)

L’AMARO FA CRESCERE, MA MEGLIO EVITARE GLI ECCESSI

Miele ed assenzio sono mescolati insieme tanto nella letteratura quanto nella scienza. Pretendere che esse diventino “facili e dolci”, equivale a privarle della medicina sgradevole che cura e fa crescere, significa ridurle ad una caricatura di scienza e letteratura, che serve soltanto ad alimentare la superficialità. Significa dimenticare che la dolcezza del miele è prodotta dal lavoro incessante di migliaia di api operaie.

E’ il prezzo della crescita che bisogna pagare: “certi argomenti sembrano amari a chi è intellettualmente infantile ed ingenuo”.

Ma una volta affrontata la fatica di crescere non solo certi argomenti sembreranno meno amari, ma può anche accadere di scoprire che l’amaro (come accade per certi cibi e bevande) è un gusto altrettanto piacevole quanto il dolce, e forse più “adulto”.

Detto questo, però, noi insegnanti dovremmo essere sempre vigili quando vediamo che”l’amaro” comincia a prevalere in modo sospetto, per capire se la medicina non sia per caso “scaduta” o mal confezionata, o se la stiamo somministrando in dosi sbagliate per i pazienti che abbiamo di fronte.

Fuor di metafora vogliamo dire che non sempre le difficoltà incontrate dai nostri allievi sono connaturate con la materia trattata; a volte esse sono un sovrapprezzo aggiunto da approcci, strumenti e modalità di lavoro non adeguati. Sta a noi, come dice Lucrezio, sforzarci di cercare le parole e il ritmo giusto, per poter illuminare con chiarezza le loro menti e permetter loro di scrutare nell’oscurità delle cose occulte.

Sembra averlo intuito il genio di Leopardi quando nel suo Zibaldone annota:

Non ci sarebbe tanto bisogno della viva voce del maestro nelle scienze, se i trattatisti avessero la mente più poetica. Pare ridicolo il desiderare il poetico, per esempio in un matematico; ma tant’è: senza una viva e forte immaginazione non è possibile mettersi nei piedi dello studente e preveder tutte le difficoltà che egli avrà e i dubbi e le ignoranze ecc. che pure è necessarissimo e da nessuno si fa né anche da’ più chiari, che però non s’impara mai pienamente una scienza difficile, per esempio le matematiche, dai soli libri. (Zibaldone, 27 dicembre 1830)

 

 

 

 

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