I “simulacri” di Lucrezio

 I “SIMULACRI” DI LUCREZIO

Abbiamo visto nel paragrafo Lucrezio: scienza e poesia  quale valore potrebbe avere una rilettura più approfondita dell’intera opera  De rerum naturae, al fine di cogliere tutte le potenzialità di una interazione tra linguaggio scientifico e linguaggio letterario.

In questo paragrafo cercheremo di approfondire l’analisi linguistica e concettuale della sezione che l’opera dedica al fenomeno della visione.

Il modello materialistico e atomistico che Lucrezio ci propone, presenta alcuni aspetti  che possono far luce su alcuni dei nodi concettuali più intricati, che si sono dovuti sciogliere nel corso del lungo cammino che ha portato alla attuale comprensione del processo della visione.

Al di là delle ingenuità e delle contraddizioni contenute nel modello lucreziano, ci interessa evidenziare l’idea di fondo che essa veicola, e cioè quella dell’immagine come “epidermide” materiale del corpo, che una volta “emessa” acquista vita propria ed indipendente, persino dalla luce.

Con l’autorevolezza filosofica di Epicuro e la “seduzione” poetica di Lucrezio, questa idea rafforza ulteriormente una convinzione già molto radicata del senso comune: quella di “vedere le cose, così come sono (al loro esterno)”.

Per cercare di cogliere al meglio gli aspetti e le implicazioni di questa idea faremo ricorso al testo originale di Lucrezio e a tre diverse traduzioni in lingua italiana che di esso sono state prodotte.

La prima (in assoluto) è quella realizzata tra il 1664 e il 1668 da Alessandro Marchetti nel testo pubblicato da Einaudi nel 1980; la seconda è quella di Balilla Pinchetti, pubblicata da Rizzoli nel 1998 con testo a fronte; la terza è quella di Piergiorgio Odifreddi, pubblicata recentemente (2013) da Rizzoli, sotto il titolo Come stanno le cose – Il mio Lucrezio, la mia Venere”.

 

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