Il “realismo” di Lucrezio: l’immagine è la realtà

IL “REALISMO” ESTREMO DI LUCREZIO: L’IMMAGINE E’ LA REALTA’!

Per Lucrezio il problema del rapporto tra l’immagine e la realtà praticamente non si pone, perché l’immagine è un tutt’uno con la cosa, più precisamente è la  sottile buccia esterna di essa, che viene inviata nello spazio circostante. Lucrezio non ha dubbi sulla veridicità dell’immagine: essa  coincide perfettamente con la parte visibile dell’oggetto. La sua potrebbe essere definita anche come una posizione di empirismo estremo: le percezioni sensoriali sono la realtà, la verità deriva dai sensi e la ragione, che  si basa sui sensi, non può confutarli. 

Per quanto riguarda la funzione dell’occhio Lucrezio sembra considerarla come una sorta di registrazione passiva: stimolato dal contatto con l’immagine l’occhio non può che registrarla fedelmente, come una sorta di timbro.

Ma vediamo come Lucrezio stesso espone questa sua convinzione, subito dopo aver parlato delle illusioni ottiche, che sembrerebbero mettere in dubbio l’attendibilità della vista.

Cetera de genere hoc mirante multa videmus, quae violare fidem quasi sensibus omnia quaerunt, nequiquam, quoniam pars horum maxima fallit propter opinatus animi quos addimus ipsi, pro visis ut sint quae non sunt sensibu’ visa. Nam nihil aegrius est quam res secernere apertas ab dubiis animus quas ab se protinus addit. (vv. 462-468)   Invenies primis ab sensibus esse creatam notitiem veri, neque sensus posse refelli. (vv. 478-479)  Quid maiore fide porro quam sensus haberi debet? An ab sensu falso ratio orta valebit dicere eos contra, quae tota ab sensibus orta est? Qui nisi sunt veri, ratio quoque falsa fit omnis. (vv. 482-485) (Lucrezio, De Rerum Naturae, Rizzoli, 1988, pp. 268-270)

Ed insomma guardando ognor veggiamo molt’altre cose simili, che tutte cercan di violar quasi la fede a ciascun sentimento, ancor ch’indarno: poiché di queste una gran parte inganna per la fallace opinion dell’animo che si forma da noi, mentre prendiamo per noto quel che non è noto al senso.  ….  E qual di maggior fede cosa degna sarà, che ‘l nostro senso? Forse da falso senso avendo origine potra mai la ragione esser bastevole i sensi a confutar, mentr’ell’è nata tutta dai sensi? I quai se non son veri, mestiero è ancor ch’ogni ragion sia falsa. (A. Marchetti, Della natura delle cose, Einaudi, 1980, vv. 666-673 e 693-699, pp. 156-157)

Questi, e fenomeni simili, innumerevoli, sembrano quasi voler che si neghino credito ai sensi: ma invano, ché i più c’ingannano per una supposizione mentale, e siam noi stessi ad aggiungervela, onde il non visto dal senso si dà per visto. Ché ardua cosa fra tutte è distinguere dal vero l’immaginario che inconsciamente vi mescola per proprio conto lo spirito. … Si trova che la nozione del vero nasce direttamente dai sensi e che ai sensi non si può dare smentita.  …  Per ciò qual cosa è più degna di goder fede dei sensi? O la ragione, che sorge interamente dai sensi, sorta da un senso fallace, varrebbe a batterli in breccia? Se son fallaci, fallace anche sarà la ragione. (B. Pinchetti, La Natura, Rizzoli, 1988, vv. 462-468, 478-479, 482-485, pp. 269-271)

Siamo vittime di moltissimi altri inganni del genere, che si coalizzano tutti a farci dubitare dei nostri sensi. Ma invece è quasi sempre la mente a farsi ingannare, quando interpreta i dati sensoriali e crede di aver visto ciò che non ha affatto visto, ma solo dedotto. E niente è tanto difficile, quanto riuscire a tener separati i fatti certi dalle interpretazioni incerte.  … La risposta è che la nozione di verità deriva dai sensi, perché le percezioni sensoriali sono inconfutabili. … E nemmeno la ragione può confutare i sensi, perché è proprio su di essi che si fonda: se fallissero i sensi, fallirebbe anche la ragione. (P. Odifreddi, Come stanno le cose, Rizzoli, 2013,  p. 161)

 

 

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