“Le Scienze” e “La visione”

LA VISIONE : ARTICOLI DA LE SCIENZE (Quaderno n. 29 , 1986)

I brani che seguono sono tratti dagli articoli raccolti dalla rivista Le Scienze nel quaderno n. 29 del 1986 .

LA VISIONE_QUADERNO

Al di là della difficoltà di comprensione di alcuni termini specialistici , il senso generale contenuto in questi articoli risulta molto chiaro.

 

L’elaborazione dell’immagine visiva

Semir Zeki, docente di neurobiologia all’università di Londra è stato uno dei protagonisti delle ricerche che hanno portato a comprendere l’organizzazione funzionale ed anatomica della corteccia visiva.

 

Nel suo articolo chiarisce che la corteccia visiva non funziona come una semplice mappa della retina ( una sorta di retina corticale ) nella quale ogni punto è collegato ad un corrispondente punto della retina.

La corteccia visiva si presenta, invece, come una struttura articolata in diverse zone funzionali, specializzate nella elaborazione di aspetti particolari dell’immagine visiva come la forma, il colore e il movimento. Una volta elaborati i segnali tornano alla corteccia visiva ed è così che si forma l’immagine complessiva colorata e tridimensionale.

 

Prima di procedere alla descrizione sommaria di questa struttura e del suo funzionamento, riteniamo utili per la nostra riflessione metodologica, riportare le considerazioni che Zeki sviluppa sui rapporti tra scienza e filosofia, e sui condizionamenti che questi possono esercitare sulla interpretazione stessa dei risultati scientifici.

 

Lo studio del sistema visivo è un’impresa dal carattere profondamente filosofico: si tratta infatti di stabilire in che modo il cervello acquisisca conoscenza del mondo esterno, una questione tutt’altro che semplice. …

 

I primi neurologi, a partire da quelli attivi alla fine del XIX secolo, avevano opinioni molto differenti. Partendo dal concetto erroneo che la luce riflessa o emessa da un oggetto contenesse codici visivi, ritenevano che l’immagine venisse “impressa” sulla retina, esattamente come accade per una lastra fotografica. Queste impressioni retiniche verrebbero poi trasmesse alla corteccia visiva, la quale analizzerebbe i codici ivi contenuti: sarebbe questo processo di decodificazione a consentirci di vedere. Si riteneva che la comprensione di ciò che si vede … fosse un processo separato, compiuto tramite l’associazione delle impressioni ricevute  ( percezioni ) co altre simili, incontrate in precedenza. Questa concezione del funzionamento cerebrale, che resistette fino alla meta degli anni settanta, era profondamente filosofica, sebbene i neurologi non lo dichiarassero mai apertamente. Essa separava la percezione dalla comprensione e assegnava alle due facoltà una sede corticale separata. L’origine di questa dottrina “dualistica“ è poco chiara, ma la si può collegare alla concezione, introdotta da Immanuel Kant, delle due facoltà della percezione e della comprensione, la prima “passiva”, la seconda “attiva”. …

Secondo questi neurologi la corteccia visiva era considerata “ il punto d’ingresso” della radiazione visiva nell’organo della “psiche” e che le aree circostanti fossero sede delle funzioni “psichiche” superiori ( Cogitationzentren ).  …

Le ricerche più recenti hanno dimostrato che le cose stanno in modo diverso.

L’interpretazione è una parte inseparabile della percezione sensoriale. Per conoscere ciò che è visibile, il cervello non può dunque limitarsi ad analizzare le immagini presentate sulla retina, ma deve costruirsi un mondo visivo.

A riconferma di quanto le resistenze “filosofiche” fossero attive Zeki aggiunge:

Quando le ricerche sulle patologie cerebrali iniziarono a rivelare alcuni segreti del sistema visivo, i neurologi esitarono ad ammetterne le sorprendenti implicazioni.

Di fronte a questo ulteriore esempio di quanto il pensiero scientifico possa essere condizionato dal contesto culturale in cui viene formulato, ci interessa rilevare come questa concezione “dualistica” della corteccia visiva come limite tra fisico e psichico, possa essere annoverata tra i possibili fattori che contribuiscono a connotare l’immagine virtuale ( cioè elaborata dal cervello ) come qualcosa di separato dall’immagine reale ( cioè luminosa ).

Ma passiamo, ora, ad esaminare più in dettaglio la struttura complessa della corteccia visiva nella quale avvengono i processi di analisi degli stimoli luminosi e di successiva sintesi nell’immagine unitaria.

 

L’immagine che segue illustra la sezione della corteccia visiva primaria  V1, detta anche striata e le aree visive della corteccia pre-striata da V2 a V5.

Accanto ad essa è riportata la struttura anatomica del nucleo genicolato laterale, costituita da due strati magnocellulari (M) e quattro parvocellulari (P), che assicurano la maggior parte dei collegamenti tra la retina e la corteccia visiva.

 

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Le ricerche dei neurobiologi hanno mostrato, anche grazie alle nuove tecniche della tomografia a emissione di positroni (PET), hanno mostrato la specializzazione funzionale delle diverse zone della corteccia visiva.

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Nella figura qui accanto si mostra come una immagine nella quale l’aspetto coloristico prevale ampiamente su quello formale ( in questo caso un quadro di Mondrian ) stimola un flusso di sangue maggiore nell’area V4. Immagini in bianco e nero, in movimento, inducono attività nell’area V5. Entrambi i tipi di immagine attivano le zone V1 e V2, che hanno funzioni meno specializzate e distribuiscono segnali ad altre regioni corticali.

 

La figura seguente mostra, invece, la struttura cellulare delle diverse zone della corteccia visiva e come all’interno di questa struttura siano state identificate quattro vie percettive.

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La percezione del colore si ha quando cellule sensibili alla lunghezza d’onda della luce incidente situate nella regione degli addensamenti dell’area V1 inviano segnali all’area specializzata V4 ed anche alle strisce sottili dell’area V2, che sono collegate alla V4. La percezione della forma in associazione con il colore dipende dalle connessioni fra le regioni intermedie fra gli addensamenti di V1,le regioni intermedie fra le strisce di V2 e l’are V4. Le cellule dello strato4B di V1 mandano segnali alle aree specializzate V3 e V5 sia direttamente sia tramite le strisce spesse di V2; queste connessioni danno origine alla percezione del movimento e della forma dinamica.

 

Ci rendiamo conto che si tratta di studi molto complessi e di non facile comprensione da parte dei non specialisti, ma ciò che ci interessa, ai fini del nostro discorso, è il senso generale che da essi traspare con sufficiente chiarezza: i processi mentali (dei quali la visione rappresenta uno degli aspetti maggiormente studiati ) sono indissolubilmente legati alle strutture biologiche della nostra materia cerebrale e ai flussi di energia che si realizzano al suo interno.

Ciò vale anche per le funzioni superiori della nostra mente, che sono strettamente correlate con le funzioni del nostro cervello, ivi compresa quella attività complessa che mettiamo sotto il nome di coscienza.

Relazione tra mente e cervello: il problema della coscienza

Scrivono F. Crick e C. Koch ( Le Scienze, novembre 1992 ) :

La maggior parte degli scienziati crede ora che tutti gli aspetti della mente, incluso il suo attributo più enigmatico – la coscienza o consapevolezza – possano essere spiegati , in modo più materialistico, come effetto del comportamento di vasti insiemi di neuroni interagenti.

 

In passato la mente umana (o anima ) è stata spesso considerata, come ha fatto Cartesio, un’entità immateriale, separata dal cervello, ma in qualche modo interagente con esso.

 

Cartesio introdusse un “dualismo di sostanza” tra la materia , res exensa,   e la mente, res cogitans; dovendo, però, spiegare la innegabile comunicazione tra corpo e mente, avanzò anche la strana ipotesi che l’organo di contatto fosse costituito dalla ghiandola pineale.

Può essere interessante a tale proposito riportare lo schema del processo visivo che Cartesio pubblica nel suo trattato De l’homme.

 

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Cartesio sosteneva che l’immagine retinica proveniente da ciascun occhio venisse proiettata dalle fibre nervose sulle pareti dei ventricoli cerebrali e che l’immagine binoculare venisse infine proiettata sulla ghiandola pineale ( indicata dalla freccia ).

 

Non è difficile riconoscere in questo dualismo cartesiano una formulazione in termini scientifici del dualismo filosofico e religioso, che fin dall’antichità classica ha considerato l’essere umano come ripartito in due elementi costitutivi: il corpo, di natura materiale, e l’anima, di natura spirituale e intelligente, destinata a governare il corpo.

Questo dualismo ha esercitato una grande influenza in tutto il dibattito successivo sul rapporto tra mente e cervello; non è escluso che un riflesso della sua persistenza possa essere scorto anche nella accezione corrente del “virtuale”come de-materializzazione.

Ben prima di Cartesio e della sua radicale distinzione tra res cogitans e res extensaè stata la dottrina antropologica cristiana a sancire il dualismo tra anima e corpo.

Una parentesi teologica: il dualismo tra anima e corpo

Può essere interessante a questo punto aprire una breve parentesi sul dibattito teologico tuttora in corso attorno a tali questioni.

Siamo convinti, infatti, che i temi filosofici e religiosi di fondo non restano mai confinati in un ambito puramente specialistico, ma influiscono profondamente sul senso comune e , come dimostra l’esempio di Cartesio, sulla stessa formulazione del pensiero scientifico.

Riteniamo, inoltre, che il rapporto anima-corpo e, più in generale, il rapporto spirito-materia, contenga forti analogie con il rapporto virtuale-reale del quale ci stiamo specificamente occupando.

 

Il teologo Vito Mancuso ha trattato il tema del dualismo tra anima e corpo nel suo libro L’anima e il suo destino, riprendendolo ultimamente in Obbedienza e libertà. Ciò che troviamo interessante nelle argomentazioni di Mancuso, non sono soltanto le questioni di merito ( sulle quali altri teologi “ortodossi” hanno espresso un forte dissenso ), ma soprattutto il tentativo di tener conto nella sua ricerca sulla natura dell’anima di quanto le scienze hanno permesso di scoprire sino ad ora sulla natura del mondo e dell’uomo.

 

Mancuso ritiene che la tradizione cattolica ospiti al proprio interno due visioni diverse e per molti aspetti contrapposte del rapporto tra anima e corpo.

La prima, di stampo platonico-agostiniano, si esprime nell’articolo 366 del Catechismo ufficiale, secondo cui l’anima spirituale viene al mondo “creata direttamente da Dio, non prodotta dai genitori”; la sua origine ed essenza non avrebbe, quindi, nulla a che che fare col corpo.

La seconda prospettiva, di stampo aristotelico-tomista, si manifesta nell’articolo 365, il quale definisce l’anima come “forma del corpo”. L’articolo si rifà al Concilio Ecumenico celebrato a Vienne (1336) , quando la filosofia dominante nella Chiesa non era più il platonismo, ma era diventato l’aristotelismo, secondo il quale tra corpo ed anima non c’é contrapposizione, ma armonia.  Corpo e anima non sono due sostanze separate, di cui una sarebbe addirittura la prigione terrena dell’altra, ma sono due dimensioni della sola e medesima sostanza, di cui il corpo costituisce la materia e l’anima la forma, sicché l’una non potrebbe sussistere senza l’altra.

 

Mancuso ritiene che questa contraddizione sia teoreticamente insanabile  e che abbia generato una dottrina dell’anima incapace di reggere al confronto con l’emancipazione della coscienza moderna, al punto da far apparire l’anima come “la cosa più eterea e più imprendibile che ci sia, tanto che si giunge a dubitare che essa esista” ( Carlo Maria Martini).

 

Non si tratta di questioni di poco conto, perché parlare dell’anima significa rispondere a due domande esistenziali decisive riguardanti l’identità e il destino dell’uomo: “ Chi sono?” e “ Che fine faccio?”.

Il senso ultimo della religione consiste essenzialmente in due movimenti: nel concepire se stessi e nel relazionare se stessi al tutto.

Le risposte elaborate dagli uomini a queste domande si possono riassumere in tre grandi tipologie.

  1. La prima via è quella del materialismo, secondo la quale ognuno di noi è semplicemente una piccola parte del mondo, materia naturata, destinata come ogni altra parte a morte e riciclo cosmico degli elementi costitutivi.
  2. La seconda via è quella del platonismo , secondo la quale l’uomo è costituito da due sostanze contrapposte delle quali solo la parte non materiale è destinata a sopravvivere al disfacimento del corpo.
  3. La terza via è quella indicata dalla dottrina cristiana , secondo la quale entrambe le dimensioni dell’uomo, saranno preservate dalla morte, seppure in tempi diversi, l’anima subito, il corpo alla fine dei tempi con la Resurrezione della carne.

Nell’ambito della cultura cristiana il valore attribuito ai due termini del rapporto anima-corpo è stato fortemente influenzato dal problema del male e della morte, introdotta con il peccato originale.

Nell’ambito di questa cultura sembra aver prevalso per lungo tempo una concezione negativa della dimensione corporea e materiale, ritenuta imperfetta e corruttibile a causa del peccato originale; espressioni come “la debolezza della carne”, “i peccati della carne”, “il corpo come prigione dell’anima” sembrano voler attribuire alla parte meno “responsabile” la causa del male originario, trasformando in una sorta di “peccato di gola” (la mela) quello che secondo la scrittura fu, invece, un “peccato di orgoglio intellettuale” ( la conoscenza del bene e del male ).

Nella cultura oggi dominante, particolarmente sensibile ai valori del corpo ( anche per una comprensibile e legittima reazione a secoli di sua denigrazione ) sembra, al contrario, voler ridurre l’anima ad un semplice retaggio del passato, che indica nulla più del fenomeno della psiche e della mente.

 

Abbiamo l’impressione, a tale proposito, che molte delle preoccupazioni , anche pedagogiche, espresse nei confronti dei processi di crescente virtualizzazione ( “smaterializzazione” della realtà e perdita di contatto con essa ) possano essere ricondotti proprio a questo tipo di orizzonte culturale.

 

Ma, veniamo ora alla parte del ragionamento di Mancuso che interessa maggiormente la nostra riflessione su reale e virtuale; è la parte in cui l’autore afferma che ogni religione si esprime attraverso una propria “visione del mondo” e che la religione cristiana abbia bisogno di una nuova visione del mondo, che tenga conto delle acquisizioni della cultura moderna, in particolare di quella scientifica.

 

Colpisce, in particolare, il riferimento esplicito ai principi fondamentali della fisica e delle scienze biologiche che il teologo assume come componenti essenziali della nuova visione.

 

E’ per questo fondamentale bisogno di una Weltanschauung (visione del mondo) che nella mia ricerca sulla natura dell’anima mi sono rifatto alle scienze, così come le mie possibilità me lo hanno permesso.            

In questa prospettiva mi sono posto la domanda che per me è risultata centrale:qual’è il fenomeno fisico per esprimere il quale è stato coniato il termine “anima”, presente in moltissime culture dell’umanità? La mia risposta è stata: la vita. Il concetto di anima è sorto per rendere ragione del fenomeno fisico della vita. Ora provo ad argomentare la mia tesi.

 

… L’equivalenza materia-energia formulata da Einstein ci consegna una visione unitaria del cosmo, che impone di superare il dualismo tradizionale corpo-anima, che ancora campeggia nella dottrina cattolica ufficiale.

 

… La sostanza che forma il mondo e tutte le cose in esso, esseri umani compresi, è una sola, è l’essere-energia. Questa energia però si dispone in molti e diversi modi dentro l’essere umano (e negli altri esseri, ndr) , a seconda del livello di complessità delle relazioni atomiche, molecolari, cellulari. 

 

… La vita (che potremmo definire materia animata da un surplus di energia libera, non condensata in materia) si presenta in diversi modi, sempre più raffinati e organizzati a seconda dell’aumento di quantità di energia libera. In particolare la nostra vita di esseri umani si presenta come segue: 

  • bios, vita biologica, a livello vegetativo: il metabolismo, il sistema circolatorio, digerente, linfatico, …
  • zoe, vita animale, vita a livello sensitivo: libido, emozioni, aggressività, cura della prole, istinti sociali, …
  • logos, vita razionale e mentale: capacità di calcolo e astrazione, progettualità immaginazione,…

 

Giunto a questo punto, nell’essere umano il lavoro dell’essere-energia produce un livello superiore, che Aristotele chiama nous poietikos (pneuma), pura energia spirituale, che consente all’uomo di agire e non solo di reagire, di essere attivo e non solo passivo, creativo e non solo ricettivo, di poter produrre qualcosa di nuovo nel mondo, traendolo da sé.

 

… Se si pensa all’unità del composto umano, se si pensa all’unità tra energia e massa, per cui la mia massa corporea è nient’altro che energia solidificata e man mano che le mie funzioni vitali aumentano, la mia energia solidificata si libera per giungere addirittura a poter essere energia allo stato puro, come avviene nell’intelletto e nella creatività,  se si pensa questo, si capisce che il dualismo corpo-anima è qualche cosa che va superato “.

 

Da parte nostra consideriamo questa originale riflessione teologica sulla necessità di superare il dualismo tra anima e corpo come un incoraggiamento a proseguire nel superamento del dualismo tra reale e virtuale, che del primo dualismo sembra rappresentare una particolare declinazione.

 

 

 

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