Propagazione della luce o del pensiero?

Che cosa si intende realmente per propagazione?

Si intende un movimento da un termine A ad un termine B ?

Ma chi o che cosa si muove? E’ un agente fisico esterno ad andare da A a B, oppure è l’osservatore che sposta la propria attenzione da A a B?

Se si parla di un segmento AB, per esempio, si fa riferimento ad un ente geometrico fisso ed immobile, eppure la semplice enunciazione verbale induce un movimento mentale da A  a B.

Quando si dice che l’altezza di un triangolo va dal vertice alla base cadendo perpendicolarmente su di essa, si introduce un movimento che non esiste nella staticità geometrica del triangolo.

E’ noto, inoltre, che l’osservazione di una immagine statica avviene attraverso piccoli e rapidi movimenti oculari che esplorano l’immagine, indugiando più a lungo sui particolari ritenuti più significativi. Lo sguardo, in realtà, resta fisso solo per alcuni millesimi di secondo prima di rimettersi in moto.

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I movimenti oculari sono alla base di alcune interessanti illusioni ottiche nelle quali alcune immagini fisse sembrano animarsi di strani movimenti.

 

Anche la lettura introduce un movimento nella staticità della pagina scritta : il movimento degli occhi, la successione vocale ed un movimento di natura logica, sintattica e grammaticale.

Dire che “ il sole illumina la terra “ non ha niente a che fare  col movimento fisico della luce che parte dal sole e raggiunge la terra solo dopo otto minuti; è soltanto l’enunciazione del passaggio di una azione (verbo) dal soggetto al complemento oggetto.

In conclusione: c’è un movimento che non appartiene all’oggetto, ma all’apparato percettivo e mentale dell’osservatore.

Per questo dovremmo evitare di dare per scontato che la propagazione della luce sia intesa dagli allievi in senso fisico oggettivo, e che essa venga suggerita immediatamente  da una evidenza sperimentale.

L’esperienza, al contrario, suggerisce una visione statica del fenomeno luminoso, che ostacola la comprensione del processo visivo.

Senza la chiara consapevolezza di un “qualcosa” che parte dalla sorgente, si riflette sugli oggetti e colpisce l’occhio dell’osservatore, determinando una immagine nel suo cervello, è probabile che gli allievi continuino  inconsapevolmente a pensare secondo uno schema statico del tipo: “ la presenza della luce è necessaria per formare l’immagine dell’oggetto e renderla visibile. Solo dopo che l’immagine si è formata l’osservatore dirige il proprio occhio su di essa e la può vedere”.

Per queste ragioni crediamo che non sia sufficiente la semplice presentazione delle esperienze realizzate per la misura della velocità della luce ( Romer, Fizeau, Foucault o Michelson ) per scalzare definitivamente questa convinzione , teorica e percettiva al tempo stesso.

La riproposizione dell’esperimento mentale di Galileo, che richiamiamo nel capitolo “La misura della velocità della luce” si presta meglio, probabilmente, a spostare l’attenzione dalla complessità degli apparati sperimentali al nodo concettuale da sciogliere.

Per un ulteriore approfondimento di questa problematica rimandiamo a due importanti contributi dei colleghi Mario Guidone ed Alessandro Catà, che riportiamo in bibliografia:

  1. M. Guidone, Quando la velocità della luce divenne finita, Il Montani, n. 3, 1991.
  2. A. Catà, La misura della velocità della luce, Il Montani, n. 1-2, 2004.

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