Sulla definizione di immagine reale e virtuale

SULLA DEFINIZIONE DI IMMAGINE REALE E VIRTUALE

Non basta la geometria

Con ciò siamo arrivati ad un punto molto delicato del nostro cammino, che riguarda la consueta distinzione tra immagine reale e immagine virtuale.

La stragrande maggioranza dei testi di ottica, anche quelli più consapevoli della dimensione psicologica e percettiva dell’immagine, riporta una definizione legata esclusivamente alle caratteristiche geometriche dei fasci di raggi luminosi. In sostanza, si dice:

L’IMMAGINE REALE è formata da RAGGI CONVERGENTI, quella VIRTUALE da RAGGI DIVERGENTI.

A questo criterio puramente geometrico se ne affianca un altro relativo alle modalità di osservazione dei due tipi di immagine. In sostanza si dice:

L’IMMAGINE REALE può essere raccolta su uno SCHERMO e si può FOTOGRAFARE. Quella virtuale può essere osservata SOLO DALL’OCCHIO.

Riportiamo a titolo di esempio le definizioni tratte da alcuni dei testi in uso nella scuola superiore (i testi universitari sono del tutto simili in proposito).

1) Iniziamo con P. Nobel, “Da Galileo ad oggi”, pag. 123:

REALE_VIRTUALE     REALE_VIRTUALE copia

REALE_VIRTUALE 1      REALE_VIRTUALE 1 copia

2) Gosio – Peretti,  2° vol, pag. 22

“Se i raggi provenienti da un punto luminoso S, dopo aver subito deviazioni, convergono in un altro punto S’ si dice che formano una immagine reale di S; se, invece, i raggi luminosi divergono, in modo però che i loro prolungamenti geometrici si incontrino tutti in un punto (specchio piano), si dice che questo è l’immagine virtuale di S. 

Ed ancora : “ Ogni qual volta le radiazioni emesse da una sorgente ottica incontrano superfici riflettenti o rifrangenti, noi vediamo delle immagini della sorgente. Immagini virtuali se i fasci delle radiazioni riflesse o rifratte sono divergenti e reali se sono convergenti.

3)  G. Oliveri, pag. 754

Le prime sono viste accomodando l’occhio nella direzione di propagazione delle radiazioni secondarie, le altre ponendo uno schermo nel punto dove le loro direzioni si concentrano”.

In questo caso, oltre a ribadire il criterio della convergenza o divergenza, si introduce il ricorso all’uso dello schermo, come ulteriore criterio per la distinzione tra immagine reale e virtuale. E’ come se l’autore sentisse il bisogno  di “irrobustire” il carattere fisico dell’immagine reale ,  per contenere l’invadenza imbarazzante di un osservatore che crea immagini   virtuali, cioè mentali, psicologiche, soggettive, fittizie, illusorie.

D’altra parte l’autore si mostra ben consapevole della complessità del problema quando avverte: “ Esiste d’altra parte tutto un campo di fenomeni ottici, la cui esistenza è in un certo senso vincolata alla presenza di un osservatore (…). Tutti sappiamo che tale figura ( l’immagine virtuale, ndr) non corrisponde ad una realtà fisica (…).   Già la parola stessa “immagine” fa comprendere che la sua esistenza è legata all’immaginazione dell’osservatore, proprio perché se esso vede una figura là dove non esiste, vuol dire che nel meccanismo della visione ha introdotto qualche elemento estraneo al fenomeno fisico (…). Per comprendere come sia possibile affrontare con criteri fisici lo studio dei fenomeni che solo in parte sono fisici, è necessario fare alcune considerazioni di carattere energetico.

Raramente nei testi di ottica si trovano considerazioni di questo tipo, che  evidenziano la complessità delle questioni in gioco. Nella stragrande maggioranza dei manuali si assiste, invece ad una progressiva rimozione della costruzione psichico-soggettiva dell’immagine operata dall’osservatore. Persino l’occhio, il cui ruolo è ben evidenziato nella dimostrazione dello specchio piano, viene ben presto ridotto a semplice indicatore della posizione dell’osservatore, per poi sparire del tutto nelle successive costruzioni delle immagini fornite dagli specchi curvi e dalle lenti; è come se la geometria dei raggi fosse ormai divenuta autosufficiente nella produzione delle immagini.

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