Il Medio Evo

Dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente ( 476 d.C ) la rappresentazione dello spazio si orientò verso modalità fortemente antiprospettiche. La veduta antiprospettica fu considerata necessaria per stabilire una sorta di naturalità visiva, nella quale tutte le figure, ugualmente collocate in un piano, potessero assumere lo stesso grado di importanza rispetto ad una dimensione concettuale.

Va aggiunto che, oltre ad avere una valenza simbolica, la presenza del fondo oro rivestiva un preciso ruolo nel contribuire ad appiattire le immagini, negando così la suddivisione tra luce ed ombra.

Duccio da Boninsegna, Lorenzetti, Giotto

In tempi successivi la rappresentazione spaziale continua ad utilizzare procedimenti empirici di vaga impostazione assonometrica, che convivono con l’esigenza dell’epoca di rappresentare il personaggio più importante in dimensioni maggiori.

Accorgimenti pratici significativi per la resa pittorica compaiono nelle opere di molti artisti del tardo Medievo, tra cui quelle di Duccio da Boninsegna ( 1255-1319 ), Ambrogio Lorenzetti ( ca. 1285-1348 ) e Giotto ( ca. 1265-1337 ).

Sono questi gli artefici della cosiddetta prospectiva communis, così definita nel Rinascimento, e che precede l’introduzione di una precisa teoria matematica nella materia. Puntando all’organizzazione delle parti e non all’unificazione spaziale dell’intera scena, Giotto riusci a far apparire “abitabili” scene architettoniche di ridotta ma controllata spazialità. Il controllo e la padronanza dello spazio sono un’eccezione del Trecento, secolo in cui qualsiasi sperimentazione spaziale trova un limite simbolico nel fondo oro dei dipinti su tavola e nel fondo blu degli affreschi.

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